CULTURE

Festival Dolomites, tanti “colpi di fortuna”
La rassegna musicale di Dobbiaco per la prima volta in versione primaverile

04 forst

Dal 14 al 28 marzo 2026 la Sala Gustav Mahler del Centro Culturale Euregio di Dobbiaco ospiterà la prima edizione primaverile del Festival Dolomites, intitolata “Glucksfälle - Colpi di fortuna”.

Dopo quindici anni di programmazione estiva, la rassegna cambia stagione e rafforza la propria identità territoriale. Ne parliamo con Christian Gartner, presidente del festival.

Dopo quindici anni di programmazione estiva, il Festival Dolomites si sposta in primavera. Perché questa scelta?
Per noi è ancora inverno (ride ndr). Il festival è nato circa quindici anni fa con un obiettivo preciso: prolungare la stagione turistica a Dobbiaco e in Alta Pusteria, quando dopo agosto il flusso di turisti calava. Con Gustav Khun e l’allora presidente Durnwalder si è iniziato proprio per arrivare fino a metà o fine settembre. Con il tempo però il contesto è cambiato. Ci siamo accorti che dal punto di vista turistico il festival non aveva più un impatto così determinante. Inoltre, nel periodo estivo l’offerta culturale è diventata molto densa, con settimane musicali e iniziative in tutta la regione. Invece tra inverno e primavera c’è un vuoto. Spostandoci a marzo vogliamo sostenere la cultura musicale della valle in un momento dell’anno che ne ha più bisogno.

Anche il nome dell’associazione e del festival è cambiato: da Festival Südtirol a Festival Dolomites…
Sì, all’inizio eravamo gli unici con quel nome. Poi è nato un altro festival con una denominazione simile e si creava confusione, così abbiamo scelto “Festival Dolomites”, che ci identifica geograficamente e valorizza il luogo in cui siamo, alle porte delle Dolomiti. Il cuore del Festival resta comunque la sala “Gustav Mahler” del Centro Culturale Euregio, uno spazio spettacolare per il territorio. Zubin Mehta, che è stato nostro ospite, ha detto che era stato un grande onore dirigere in una sala di quella qualità.

Il tema del 2026 è “Colpi di fortuna”. Come si traduce nel programma?
Il concetto, spiegato dai direttori artistici del festival Christoph Bösch e Josef Feichter, richiama a quegli incontri fortunati e quelle scoperte artistiche che segnano un percorso culturale. Io mi occupo della parte più organizzativa, ma confermo che il tema si riflette nella scelta di grandi orchestre, giovani talenti e progetti originali capaci di sorprendere. Il festival 2026 propone infatti un dialogo tra eccellenze nazionali e internazionali e nuove generazioni.

Quali sono gli appuntamenti di punta?
Si parte sabato 14 marzo con il quartetto d’archi Epoque Quartet, seguito dall’Orchestra da Camera di Mantova protagonista della serata di inaugurazione del 15 marzo con il concerto per violino di Beethoven e la Sinfonia “italiana” di Mendelssohn-Bartholdy con la violinista di fama mondiale Veronika Eberle e il direttore Hossein Pishkar. Poi spazio ai giovani con il concerto dei vincitori di “Prima la musica” (18 marzo), la piattaforma per talenti emergenti del Tirolo, perché è fondamentale per noi portare la cultura musicale alla prossima generazione. Il 21 marzo il Windsbraut Quartett proporrà insieme a Christian Sutter un concerto letterario-musicale dedicato all’esplosivo anno 1913, intrecciando Zemlinsky ai testi di Florian Illies. Il 22 salirà sul palco l’Orchestra Giovanile della Provincia di Bolzano, che porterà due veri “colpi di fortuna”. Diretti da Edwin Cáceres-Peñuela, si esibiranno il violinista Benjamin Schmid e il compositore altoatesino Mathias Schmidhammer, che presenterà in prima assoluta il suo più recente lavoro, Big Bang. Gran finale il 28 marzo con “Daham” della K.K.Klang-Kabinet, l’unione di sei potenti voci femminili del Nord e Sud-Tirolo che portano un dialogo tra jazz, musica sacra e tradizione popolare. Nella seconda parte della serata suonerà la Sweet Alps Orchestra, un ensemble di musicisti che fondono folk, jazz, elementi balcanico-africani e alpini.

Il festival unisce giovani talenti e artisti affermati. Come si crea questo equilibrio?
È anche una questione di budget. Con risorse adeguate si possono invitare grandi nomi, ma servono direttori artistici capaci di scoprire eccellenze meno conosciute. In passato abbiamo avuto artisti celebri come Einaudi, ma anche concerti di musicisti poco noti che si sono rivelati straordinari. La storia della direzione artistica, da Gustav Kuhn a Hubert Stuppner, da Daniele Spini fino agli attuali Christoph Bösch e Josef Feichter, testimonia una rete costruita su qualità e visione condivisa.

Che ruolo ha il territorio per il festival?
Dobbiaco vanta una tradizione musicale importante, legata alla figura di Gustav Mahler e alle Settimane Musicali a lui dedicate. Non siamo concorrenti, ma partner. Siamo una valle che conta poco più di 40 mila abitanti, non possiamo competere con città come Merano o addirittura Milano, ma possiamo portare eccellenze anche nel nostro territorio.

Che tipo di pubblico avete e quale messaggio volete mandargli?
Il pubblico varia a seconda del programma. La musica classica attira spettatori più maturi, con il crossover o il jazz arrivano molti giovani. Quando invitammo Einaudi, l’80% della sala era occupato da giovani. Come messaggio, vorremmo dire che esistiamo e che offriamo momenti di grande cultura e di grande musica al territorio, come occasioni di incontro e di comunità. Anche le periferie hanno bisogno di cultura, perché la cultura è uno dei sentimenti e degli strumenti che ci rende umani, civili. La cultura crea pace, e ci porta fuori dalle notizie che sentiamo ogni giorno di guerra e di violenza. Credo che sia anche questo il nostro compito: portare dei valori di pace attraverso la cultura.

[Ana Andros]

 

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