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CULTURE

Nato per stare sul palcoscenico
Carlo Emanuele Esposito è attore, conduttore, direttore artistico e non solo

04 forst

Attore, conduttore, direttore artistico – e non solo. Teatro, cinema, televisione, radio - e non solo.

Figlio d’arte – e non solo. Carlo Emanuele Esposito ci racconta di un amore “nato tardi”, quello per la recitazione, a cui abnegarsi con dedizione e passione in una carriera che spazia geograficamente, da Berlino a Roma, nel tempo, e in tutti i ruoli che ha recitato sopra e fuori dal palcoscenico.

Sorpreso di questa intervista?
Beh, sì, mi sono chiesto come mai; in fondo non c’è uno spettacolo o un debutto, non ho una prima da promuovere. Anche perché da quando sono diventato papà i miei progetti artistici hanno per forza di cose una gestazione più lunga. Ho cambiato vita e il tempo, quando è diminuisce, diventa prezioso.

Com’è iniziata la tua attività nello spettacolo?
Ho iniziato a fare teatro da adulto a Berlino, dove ho vissuto dal 2002 al 2013. Come dice una canzone di Marlene Dietrich, “ho ancora una valigia a Berlino”, nel mio caso un appartamento! Sono ancora molto legato alla vita da artista che facevo, a tutti i progetti a cui ho partecipato, a tutti i luoghi in cui ho recitato – persino in chiese sconsacrate! - e a tutti i gruppi con cui ho lavorato. È una città che ti risucchia, non ti accorgi quanto velocemente passi il tempo. Anche ora, a ripensarci, mi viene da chiedermi: che ho fatto in quei tredici anni? Niente. Però tutto.

Una passione nata da adulto, quindi.
Sono nato figlio d’arte. Mia mamma Ingeborg ha recitato e cantato come soprano a Bolzano nei primi gruppi teatrali tedeschi, portando avanti la tradizione degli chansonnier; all’inizio la osservavo senza sentirmi coinvolto, almeno fino all’età adulta, la vita tante volte è così; mia madre ha dato tantissimo, sia a me che al teatro tedesco. Siamo andati anche in scena assieme con Operette e, di nuovo, con Rilke. Se mi chiedo se sia un peccato non aver iniziato prima? Penso che se l’amore deve nascere, alla fine nasce.
Ho scoperto il mio amore per il teatro “in una notte buia e tempestosa”, leggendo un libricino di Rilke, Canto d’amore e morte dell’alfiere Cristoph Rilke: un poema che racconta le vicissitudini di un portabandiera che va a combattere contro i turchi, un tipico poema epico di onore e amori. L’ho portato poi in scena tanti anni dopo, ma è stato lì che ho iniziato a studiare recitazione.

Solo nel teatro?
Al primo casting che ho fatto per il cinema, all’epoca, mi presero e mi dissi: iniziamo bene! (ride) In Bye Bye Berlusconi! (diretto da Jan Henrik Stahlberg nel 2005) una piccola parte ma divertente: un conduttore circondato da veline. Poi ho lavorato un po’ di meno, ho anche prestato la voce in qualche spot o fatto piccole parti. Ho tentato di fare meno televisione perché all’epoca era molto comune pensare che chi facesse televisione non potesse poi fare cinema; trovo che tentare di navigare questa società come artista… sia comunque un’arte. In tutto questo, però, il teatro è rimasto.

Non solo attore, ma anche direttore artistico…
Qualche anno fa ho portato un contest di monologhi, Monologos, che spero di riprendere qui, o forse esportare in Germania. Il mio scopo era trovare nuovi attori che valessero. E ce ne sono tanti di bravi, in giro! È stata un’esperienza bella e soddisfacente, e sono davvero contento di aver portato avanti questo progetto, anche se da solo. Volevo giocare proprio con il nome del contest proprio perché trovo che la parola, la verbosità, apra tantissimi spazi – anche di gioco, proprio come dice la parola tedesca per recitazione: “Schauspiel”. E nel gioco, sul palcoscenico sei più vivo, con i sensi a mille, oltre che sentire gli attori li percepisci: reciti un ruolo, ma è anche vita vera. E non conta più nulla di ciò che ti succede al di fuori del palcoscenico: contano il ruolo, le battute, andare avanti. Questo è il gusto che provo per la disciplina.

E per finire, lavori tanto come conduttore...
Mi è capitato quasi per caso: ho iniziato con lo sport - sci e mountain bike - ma a ripensarci, forse la carriera da conduttore non sarebbe stata male: mi piace condurre uno spettacolo, giostrare gli ospiti, dettare il ritmo anche quando c’è poco tempo. Anche la liturgia delle premiazioni, fatta di formule e rituali precisi, mi piace tantissimo. E in questo periodo, non so quanti mercatini ho inaugurato! (ride)

Cosa ti ha divertito di più in tutta la tua carriera?
La prima immagine a venirmi in mente… “Bolzano in Bici”, l’estrazione della lotteria per vincere una bicicletta: creare suspence, il contatto con il pubblico, il desiderio di vincere... Poi le esperienze multiculturali a Berlino con i grandi gruppi con cui ho lavorato. Per finire, più in generale, curare gli spettacoli dall’inizio alla fine. La recitazione non è solo emozione, primo piano e lacrimuccia, ma studio approfondito.

Ed è uno studio che ami con tutto te stesso.
Ogni tanto devo prendere i libri, i testi, bagnarmici, fare osmosi. La mia ambizione sarebbe stata essere stato sempre attore, ma sono riuscito a rimanere nell’ambito del palcoscenico. L’importante è fare le cose che ti soddisfano, far rimanere vivo uno spettacolo nel ricordo, e non importa se ne hai portati in scena mille o solo uno. Uno spettacolo è come un organismo completo - anche spirituale - ha un cuore che pulsa e vive da solo. E se il pensiero ha una sua materia, onda, particella, anche a livello fisico rimarrà qualcosa.

[Francesca Proietti Mancin]

 

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