Debutto discografico di Marco Perrone
Il bassista bolzanino ha inciso un cd dedicato alla fusion degli anni ‘80

Il bassista bolzanino Marco Perrone, una vita spesa al servizio di svariate band di spicco della scena locale, è giunto al debutto discografico con un cd di composizioni proprie, “No Distance”, che rievoca l’epopea della musica fusion anni Ottanta con il gusto di chi l’ha vissuta.
Un titolo azzeccato, visto che il genere allora si prefiggeva di abbattere le barriere culturali e di gusto che tenevano lontano il grande pubblico dal linguaggio più puro e radicale del jazz, per un lavoro che coinvolge musicisti americani e di qui senza mai lasciare il retrogusto di un innesto.
Quindici composizioni, parte delle quali strumentali e le altre cantate in lingua inglese (contatti e info su Instagram – Marco Perrone Project), che sono il distillato di una per lui inusitata frequentazione dell’altrove, utile alla scoperta di sè stesso come qui ci racconta.
Dopo 50 anni di carriera in contesti musicali dissimili tra loro, cosa ti ha finalmente indirizzato verso una produzione tutta tua come No Distance?
Nel 2008 ho fatto un viaggio negli Stati Uniti, invogliato da amici di Milwaukee, e a quell’anno risalgono anche le prime composizioni del progetto. Ho avuto la classica crisi di mezza età, un momento della vita in cui mi sono sentito in crisi totale con il lavoro, con le persone che mi stavano intorno e con la musica, in cui ho avvertito che per reagire dovevo cercare di perdermi e non avere a che fare con quello che c’era qui. Già l’anno prima ero uscito in auto dal cortile di casa e mi ero chiesto se andare a destra o a sinistra, finendo due giorni dopo per ritrovarmi in Normandia. L’avventura americana tra Chicago e New York, dove sconsigliato dagli amici sono andato da solo in autobus, tra indiani alle fermate e la vita di strada che in aereo mi sarei perso, ha ispirato il progetto e alcune tracce in particolare, per esempio lo strumentale Chicago Loop con Evan Wendall alla tromba e che prende spunto dal nome gergale - oltreché dall’ipnotico rumore che produce - della metropolitana della Windy City.
Tra i musicisti di provenienza internazionale che hanno contribuito alla riuscita dei pezzi, qua e là figurano strumentisti locali: chi hai coinvolto?
Per prima vorrei ricordare una cara amica, l’artista concettuale americana Libby Byers, vissuta a Bolzano e mancata nel 2018, che ha improvvisato un testo e lo ha interpretato sulla base che le ho sottoposto. Poi ci sono il chitarrista Fernando Nuresi, Francisco Bridi alla voce e all’armonica, ai cori Evi Mayer e Daniela Tosi, quest’ultima fondamentale anche nella creazione delle liriche.
Hai suonato con realtà importanti della Szene, come Cela Aguai, Davide Marciano, Westbound, Modo, DNA, anche se forse il gruppo più iconico è quello dove ti sei trovato a esordire, La Stanza: ti ricordi in quale anno?
Nel 1975, quando in musica si cominciavano a mescolare tutte le cose, basti pensare a Miles Davis con il suo jazz di allora. Devo dire però che il gruppo di cui ho fatto parte e che ricordo con più piacere è quello dei Cela Aguai (ndr sul palco solevano portare il cartello indicativo delle due località trentine che ne aveva ispirato il nome, dopo averlo bellamente sottratto alla segnaletica stradale…).
Tecnicamente come hai inciso l’album?
Registrato a casa e autoprodotto. Non ho fatto altro che prendere i provini di cose che facevo e poi lasciavo lì, due accordi o un temino, fino a quando ne ho avuti una quarantina, alcuni dei quali riascoltandoli mi sono sembrati già completi. L’importante è avere la struttura di base, poi ci metti sopra una melodia e un testo, trovi un arrangiatore che ne dia una versione con i suoi suoni, oltre a qualche musicista che reinterpreti le parti che hai inserito tu suonando strumenti diversi dal tuo, tipo un batterista o un tastierista.
Tutti registrano e pubblicano in modo immateriale le loro cose, tranne quelli della vecchia guardia: avvalersi di apporti digitali da parte di musicisti non di qui non va a inficiare la riproducibilità dal vivo delle tracce?
In piattaforma ci si fa conoscere, ti iscrivi prima a Tunecore e poi carichi il materiale che questo distribuirà su tutti i canali, facendoti vedere dove ti ascoltano nel mondo: così ho scoperto di andare forte in Giappone e la cosa mi ha fatto piacere. Io però ho messo in rete solo alcuni brani e per sentire gli altri bisogna procurarsi il disco come ai vecchi tempi (a Bolzano da Musik Import e a Trento alla Viaggeria). Per proporlo dal vivo, invece, dovrei convincere Franz Bridi che è una delle voci più stupefacenti di Bolzano a sostituire Joe Romero e Augustin Aguirre nelle canzoni da loro cantate e avere almeno un quintetto. Altrimenti bisognerebbe riarrangiarlo, eliminare alcune parti, tutte cose comunque fattibili…
Qui in provincia ci sono molti talenti ma quasi nessuno riesce a vivere di musica e a emergere: perché?
Per passione io mi sposterei anche senza compenso, nel caso mi chiamassero a suonare il basso in un’altra città o a presentare qualcosa di mio con i musicisti di lì. Bisogna poi volerlo avere il successo, uscire dal circolo vizioso di Bolzano per andare in posti dove non ti pagano o ti pagano pochissimo. Ho sentito Mauro Pagani raccontare che in tour con la PFM dormivano in automobile anche dopo quattro dischi e i concerti negli Stati Uniti. Invece qui da noi c’è sempre stata un po’ di puzzetta sotto il naso tra i musicisti che ha altresì ostacolato una convergenza delle menti migliori.
Cosa bolle ora nella pentola di Marco Perrone?
Adesso sto lavorando con un ragazzo di Avellino, Mattia Farese, un batterista eccezionale al quale mando le mie idee per arrivare a una seconda produzione che questa volta sarà cantata in italiano
[Daniele Barina]










































































