L’album che ritorna dopo 40 anni
Rimasterizzato il disco dei Funkwagen: intervista al bassista Max Carbone

Da questo mese, a quarant’anni dalla sua uscita, sarà disponibile rimasterizzato e in formato digitale sulla piattaforma Bandcamp l’unico prodotto discografico di un gruppo musicale tra i più effimeri e apprezzati della scena locale: Funkwagen.
La “radiomobile” che giocava col genere funk sin dal nome, aveva preso le mosse dal Burgraviato e dall’esperienza del Collettivo Musicale per girare l’Italia insieme a gruppi come Litfiba, Diaframma, Avion Travel o il Politrio, tutti nella scuderia della Rockgarage Records che aveva pubblicato anche Il Caso Funkwagen, con otto composizioni originali decisamente orientate a seguire le orme del Davis di Star People e We Want Miles, intrecciandolo ai King Crimson e agli Area. Dopo un paio di avvicendamenti nella formazione, si presentarono in studio con il batterista bolzanino Sandro Giudici, i fratelli Andrea e Giancarlo Giglio, rispettivamente al sassofono soprano e alla tromba, Ugo Mustaffi alle percussioni, Gregor Marini alla chitarra e Max Carbone al basso (già con gli Urbanoide e poi con i Casa Loco), quest’ultimo da noi raggiunto per rievocare quell’indimenticabile esperienza.
Il Caso Funkwagen, un cold case in pratica, si riapre a 40 anni di distanza: cosa vi ha spinto a farlo?
Dovevamo farlo. Decenni dopo siamo ancora affezionati a questa meteora nata dall’entusiasmo per l’ultima delle tre o quattro rivoluzioni che hanno caratterizzato la carriera artistica di Miles Davis, che spiazzò il mondo ancora una volta e costrinse tutti a corrergli dietro.
Com’è possibile che una musica strumentale come la vostra all’epoca suonasse “politica”?
Era solo una questione di ispirazione: era musica strumentale però puntellata dall’emissione di comunicati che, specie in occasione di presentazioni e interviste, erano gonfi di significati politici come imponeva lo spirito del tempo, caratterizzato da gruppi e movimenti coi quali ci trovavano in sintonia e che rendevano semplice darsi quel tipo di etichetta. Riuscire per fortuna o capacità a tradurre in suono un pensiero ci distinse da altre realtà del periodo in quanto non uscivano cose rotonde, tranquillizzanti per l’ascoltatore, bensì composizioni spigolose che non si capiva bene da dove venissero e dove poterle collocare. Questo pregio, se vogliamo, fu anche il limite di Funkwagen.
Tu al basso tenevi le composizioni legate a una contemporaneità più fruibile ma su quale alchimia si reggeva la proposta del gruppo, fatta di brevi temi e grandi improvvisazioni?
C’erano evidenti dislivelli tecnici tra di noi. Chi era tagliato per un certo tipo di funzione, come i fratelli Giglio, tromba e sax, che con Gregor Marini alla chitarra erano in grado di esprimersi egregiamente nel ruolo di solisti, chi invece era deputato alla parte ritmica, comunque preponderante, con il batterista Sandro Giudici maestro nelle scomposizioni, a volte così complicate da mettere in difficoltà me con il basso. Per stargli dietro facevo giri estremamente semplificati, iterativi, in forma di loop utili alla resa finale del pezzo e anche a mitigare il gap tecnico che accusavo all’epoca, facendo del mio limite una certa forza: non avevo una mano sinistra particolarmente agile, me lo diceva spesso il trombonista bolzanino Gigi Grata, ma avevo una mano destra più capace anche nel tocco.
Il disco risulta ancora attualissimo, forse perché il jazz trovò già allora la sua massima evoluzione?
In quegli anni emergevano tipi di bassisti che da strumento di accompagnamento avevano trasformato il basso in chiave solistica, per esempio Jaco Pastorius. Le radici del jazz sono potentissime, saranno appena tre o quattro: al di sopra si sono create solo sovrastrutture, con l’innesto dell’elettronica che è stato quasi automatico, poi irradiatesi a un punto che ormai ci rende impossibile ripercorrerle tutte e rende lecito aspettarsi sempre ulteriori evoluzioni riconducibili comunque alla matrice jazz. Noi Funkwagen abbiamo cominciato a immaginare cose partendo dal Davis elettrico e quello è stato il nostro suono: è incredibile come, in virtù della ripulitura minuziosa delle tracce del disco e dei live operata a quarant’anni di distanza da Gregor Marini, quel sound risulti ancora attuale: io ho addirittura finito per scoprire un Funkwagen che letteralmente non conoscevo in quanto il lavoro registrato a Venezia, nel 1985 presso lo studio del compianto Ermanno Velludo, fu quasi imbarazzante perché provenendo lui da una cultura classica sapeva dare evidenza ai singoli strumenti più che concepire il mix tra gli stessi.
A quel tempo eravate agganciati al treno giusto per i concerti dal vivo, quello del rock militante e della new wave, oltre a essere incensati dalla stampa nazionale: cos’è andato storto?
Fossimo stati in grado di metterci in mano a un produttore o a un’organizzazione capace di far leva sulla nostra difficoltà di collocazione e di pilotarci verso qualcosa, avremmo fatto certamente un pezzo di strada in più. C’è da dire però che quell’esperienza era arrivata al suo compimento in quella forma lì e che il gruppo superava le divergenze al suo interno solo ricompattandosi a testuggine nelle esibizioni dal vivo.
Tu hai continuato a suonare anche dopo però...
Dal 2010 al 2023 ho dato vita al collettivo Thecomfortzone, con tantissimi musicisti che si sono aggregati. Ho avuto un trio con Sandro Giudici e il chitarrista trentino Enrico Merlin denominato Miles Ahead, attualmente suono in un altro trio con Giudici e Stefano Galli, un pianista di formazione classica, per rivisitare le musiche di Erik Satie.
[Daniele Barina]
























































































