Dare suono alle emozioni
Conversazione con il compositore bolzanino Alessio Ferrante

Ci sono incontri professionali che finiscono con la consegna di un lavoro e altri che continuano a risuonare anche dopo.
Questo mese l’intervistato è il bolzanino Alessio Ferrante, compositore di 37 anni che di recente ha incrociato il mio percorso e che, fin dal primo confronto, si è messo a disposizione con un’attenzione rara, cercando di entrare in dialogo con quanto avevo scritto.
Il Teatro Cristallo gli ha affidato la composizione dell’ambientazione sonora del mio monologo L’Urlo della Regina: osservandolo lavorare, ho avuto la sensazione che il suo mestiere non fosse semplicemente quello di scrivere musica, ma di ascoltare. Ascoltare una storia, i suoi vuoti, il suo respiro, ciò che resta sospeso tra una parola e l’altra. Da quella collaborazione nasce questa conversazione: un viaggio dentro il percorso di un compositore che negli ultimi anni ha portato la propria musica in importanti festival europei, interrogandosi continuamente sul senso dell’ascolto e sul potere emotivo del suono.
Dare suono alle emozioni: ti sembra una definizione vicina al tuo modo di intendere la composizione?
Wagner dice che là dove finisce il potere delle parole, comincia la musica: ecco, il rapporto tra musica, emozioni, e anche parole, è ben più complesso del semplice darvi suono. La musica non si limita solo a tradurre un’emozione o una parola: entra in risonanza con esse, le amplifica, le sfuma, le arricchisce; scava dentro l’animo e apre dimensioni che il linguaggio da solo spesso non riesce a raggiungere; Allo stesso tempo la musica può esistere senza necessariamente essere legata nemmeno a un’emozione precisa: è un linguaggio che vive di una propria forza espressiva.
Il tuo percorso è iniziato molto presto. Quale momento è stato decisivo?
Sicuramente quando ho deciso di iscrivermi al Conservatorio: sentivo la necessità di creare musica, e per riuscire a esprimere le mie idee musicali avevo bisogno di imparare l’arte della composizione. Tutti possiamo avere idee bellissime, ma trasformarle in qualcosa di concreto e tangibile non è semplice se non si conosce il mestiere. Un altro momento decisivo è stato quando mi sono imbattuto nella musica di Giacinto Scelsi e di George Crumb, ma anche quella del mio maestro, Heinrich Unterhofer: grazie a loro ho compreso quanto la musica sia potente e sia senz’altro un’arte spirituale.
Qual è il ricordo più vivo della tua formazione al Conservatorio di Bolzano? E cosa ti porti ancora oggi degli insegnamenti ricevuti in quegli anni?
La mia classe di composizione era un po’ come una bottega del Cinquecento, con quello speciale rapporto tra maestro e allievi. Spesso infatti - e non è una cosa scontata - il maestro ci lasciava assistere mentre scriveva un brano e questo è stato veramente fondamentale nel mio percorso: non si trattava soltanto di imparare nozioni o fare esercizi, ma di vedere un compositore all’opera, osservarne il processo creativo, le scelte, i dubbi e le revisioni che stanno dietro alla nascita di un brano. Qui posso dire realmente di aver imparato il mestiere.
Successivamente hai studiato a Stoccarda...
A Stoccarda ho visto uno straordinario interesse dei giovani strumentisti per la musica contemporanea, cosa che in Italia non sempre c’è. Ho studiato con un compositore italiano, Carlo Forlivesi e da lui ho imparato la cura per il minimo dettaglio, la rifinitura minuziosa del suono: cura e amore per l’opera che si sta creando. È stata un’esperienza preziosa che mi ha permesso di confrontarmi con prospettive diverse, e di definire con maggiore consapevolezza con la mia idea di composizione.
Nelle tue composizioni il silenzio ha un forte peso espressivo. Pensi che oggi il vero lusso sia l’ascolto?
È un privilegio ascoltare davvero la musica, senza usarla come semplice sottofondo: significa vivere un’esperienza spirituale. La musica comunica su un piano che va oltre la dimensione materiale e la razionalità. Il comporre per me è una sorta di meditazione, in cui il rumore del mondo esterno rimane fuori e mi distacco dalla dimensione quotidiana della realtà. Ciò non significa fuggirla: è un modo per entrarvi più profondamente, tornando poi ad essa con uno sguardo diverso. E poi c’è l’importanza del silenzio. Saper gestire i silenzi significa far respirare la musica: il silenzio valorizza il suono e aiuta ad interiorizzarlo. Quasi sempre, infatti, le mie partiture si concludono con una battuta con una pausa e corona, proprio per sottolineare questa necessità di interiorizzare quel che c’è stato, di lasciarlo ancora risuonare fuori e dentro di noi.
La tua musica è stata eseguita in festival e contesti in Italia e all’estero, ottenendo riconoscimenti significativi. Quando una tua partitura arriva nelle mani degli interpreti, riesci a lasciarla andare oppure la senti come qualcosa da proteggere?
È un po’ difficile lasciare andare la musica una volta che la partitura è finita. Bisogna trovare gli interpreti giusti e per fortuna mi è successo diverse volte. Per esempio, in Giappone, il brano che avevo scritto fu eseguito da un percussionista formidabile: fin dalla prima prova si capiva che aveva colto l’anima del pezzo: quando accade questo è molto bello.
Negli ultimi anni il panorama della composizione contemporanea è cambiato molto: convivono scrittura colta, elettronica, contaminazioni con il teatro, il cinema, le arti visive...
La commistione con l’azione teatrale o la danza è sicuramente uno degli ambiti che mi interessano maggiormente: oltre all’impatto puramente sonoro mi piace che la musica abbia anche una dimensione visiva. Spesso lavoro sulla gestualità dei musicisti, cioè indicando anche in partitura la necessità di enfatizzare determinati movimenti durante l’esecuzione. È interessante anche la commistione con il video, per esempio la possibilità di generare immagini astratte in tempo reale tramite l’elaborazione del suono; non ho mai avuto l’occasione di farlo, ma chissà. In generale l’idea di un’esperienza multisensoriale mi affascina molto e non è neanche un’idea tanto nuova: pensiamo che già Aleksandr Nikolaevič Skrjabin (nella foto), compositore a cavallo tra ’800 e ’900, aveva immaginato che si coinvolgessero più sensi contemporaneamente. Certo, oggi la tecnologia ci offre possibilità enormemente più ampie per esplorare e realizzare questa visione.
La parola “contemporaneo” spesso intimorisce chi ascolta. Secondo te, la musica contemporanea soffre ancora di una distanza, reale o presunta, dal pubblico?
Sì, anche perché richiede spesso un tipo di ascolto diverso da quello a cui siamo abituati. Non è qualcosa che si esaurisce in un ascolto veloce o distratto, richiede tempo, attenzione e la disponibilità a confrontarsi con un linguaggio che può risultare inizialmente estraneo. Ma questo vale anche per Bach o Beethoven: se li ascoltiamo superficialmente rischiamo comunque di perderci la parte fondamentale della loro ricchezza. Detto questo, di certo i compositori non sono privi di responsabilità: quando creare musica diventa un esercizio di puro, freddo cerebralismo, è naturale che il dialogo col pubblico si faccia più difficile.
Qual è oggi, a tuo avviso, lo stato di salute della composizione contemporanea in Italia?
Abbiamo tanti compositori, ma in Italia troppo poco spazio è dedicato alla nuova musica. In Alto Adige siamo ancora fortunati: abbiamo per esempio il Festival di Musica Contemporanea, che da mezzo secolo porta la nuova musica al pubblico e commissiona brani nuovi a compositori locali. Per creare più interesse bisognerebbe offrire ai giovani, fin dalla scuola, più strumenti per avvicinarsi alla musica colta e sviluppare un ascolto consapevole: solo formando la curiosità e l’abitudine all’ascolto si può costruire nel tempo un pubblico più aperto anche alla musica contemporanea.
Cosa diresti a un ragazzo che volesse intraprendere la strada della composizione? Quale qualità, più ancora del talento, ritieni indispensabile per affrontare questo mestiere?
Citando il maestro del mio maestro, gli direi che è matto, oltre al fatto che con la musica difficilmente si vive. Riguardo alle qualità: si possono insegnare la teoria, le tecniche compositive, tutti gli strumenti che servono per poter esprimere la musica che si ha dentro. Ciò che, invece, non si può insegnare è la capacità di creare qualcosa che non esiste. Forse è proprio questa la qualità indispensabile.
[Alessandra Limetti]


























































































































